Giappone - Tokyo
by Bill

Il W.C tecnologico

…tutti siamo a conoscenza dell’ormai proverbiale livello tecnologico del Giappone. Camminando per i marciapiedi dell’Electric Town o visitando l’avveniristico Sony Building di Tokyo, puoi renderti effettivamente conto che qui il futuro è già arrivato, e da un bel po’! Ma questa sensazione la puoi provare in ogni momento e in qualsiasi luogo ti capiterà di visitare nella terra dei fiori di loto.

Ho visto bancarelle stracolme di cellulari dell’ultima generazione.
Ho visto monaci smanettare nervosamente sul proprio cellulare connesso a Internet.
Ho visto i portatili più stratosferici che si possano immaginare.
Ho visto cani robot che rispondono alle sollecitazioni tattili e fonetiche.
Ho visto un barbone dormire nel proprio scatolone attrezzato di radiosvegliatermometrobarometro.
E non ho visto lo Ski-Dome, perché l’hanno chiuso tre anni fa per farci degli uffici. Per chi non lo sapesse, era un edificio di circa 20 piani, grande come un quartiere dei nostri, all’interno del quale era stata costruita una pista in neve artificiale di non ricordo quanti metri di lunghezza, frequentata ogni giorno da centinaia di cittadini appassionati di sci.

Un pomeriggio, cercando un po’ di tregua ai 35 gradi del torrido luglio giapponese, entriamo in uno dei tanti mega-store della capitale. I grandi magazzini sono una pietra miliare del turista on the road, inutile che ve lo dica. Aria condizionata a paletta, comode panchine su cui rilassarsi e fare il punto della situazione, e, last but not least, la possibilità di osservare il viavai delle persone intente nelle occupazioni della loro vita di tutti i giorni.
Come al solito, già che ci siamo, con italianissima disinvoltura approfittiamo dei test dispenser di fazzolettini rinfrescanti e profumati nell’opulento reparto cosmetico, non facciamo torto all’ospitalità del reparto alimentare dove ci sono graziose commesse che ti offrono assaggini di pietanze dai nomi impronunziabili e dai colori più improbabili, ma soprattutto ci mettiamo alla ricerca di uno dei tanti accoglienti bagni pubblici che qui spesso hanno l’aspetto della sala operatoria di una clinica svizzera.

Ed ecco che, meraviglia delle meraviglie, finalmente ci imbattiamo in uno dei must del viaggio in Giappone. Potreste mai pensare che, al ritorno di un’esperienza in una terra così esotica e lontana, tra i ricordi di viaggio che uno conserva gelosamente custoditi nello scrigno delle memorie, possa esserci, udite udite, un WC? Certo che no, perché voi non l’avete provato, il water tecnologico!

Funziona così: ci si siede sopra, si fa quello che si deve fare, anche cose molto impegnative intendo, magari conseguenza di giorni di dieta a sushi e riso. Quando si pensa di aver finito, si apre uno sportellino laterale che rivela una consolle con tanti tasti e leds che pare un flipper, che si illumineranno a seconda della selezione effettuata.
Siccome i bagni sono sempre molto numerosi, e, nonostante siano comodi e accoglienti, sono quasi sempre deserti tanto che sembra che la cacca il giapponese medio preferisca farla a casa propria, troverete tutto il tempo per familiarizzare con i comandi di questa strana astronave, senza che nessuno venga ad interrompervi o a mettervi fretta.

Il primo tasto in ordine logico da premere è quello dell’acqua. (Il logo sul tasto è inequivocabile).
Un finissimo, nebulizzatissimo, piacevolissimo ed efficacissimo anziché no getto d’acqua andrà a colpire con precisione da missile strategico intercontinentale la parte interessata alla pulizia. Non chiedetemi come fanno a fare centro, perché lo ignoro. Fidatevi e basta, come mi sono fidato io, resistendo alla tentazione di girarmi e guardare nel buco.
Potrete trovare accanto al tasto medesimo un potenziometro. Ruotandolo a destra o a sinistra deciderete la temperatura che preferite per l’acqua. Mediante un altro potenziometro, sarete sempre voi stessi a decidere quanto energicamente desideriate essere colpiti dal getto stesso.
Ricordatevi che, se volete, potrete disinserire il temporizzatore in modo che il getto non si interrompa se non con una successiva pressione del tasto sopra citato. Ma attenzione, non è un idromassaggio. Non sarebbe corretto rimanerci per mezz’ora.
È inteso che il rotolo della buona vecchia carta igienica rimane a vostra completa disposizione accanto a voi, nell’esatta posizione in cui vi aspettereste di trovarlo. Usatela. Nessuno è perfetto, nemmeno i giapponesi.
Voi e solo voi avrete l’arbitrio di giudicare conclusa questa prima parte dell’operazione. Sarà allora giunto il momento di premere il secondo tasto in ordine logico: quello dell’aria. (Logo altrettanto inequivocabile).
Un morbido e delicato soffio andrà ad asciugare la parte precedentemente lavata e risciacquata. Devo proprio dirvi che anche in questo caso potrete essere voi a decidere temperatura, durata e intensità del soffio, mediante un’altra coppia di potenziometri? No, dai.

Alla fine della seduta, mentre vi sistemate i pantaloni o la gonna, non potrete fare a meno di rendervi conto che, in tutte le occasioni possibili, ai giapponesi piace volersi bene. Avrete così formulato una vostra teoria sulla base di un’esperienza pratica, che alla fine è una cosa positiva!
Quanto a me, se sia stato piacevole onestamente ancor oggi non saprei dirvelo. Certe parti meno nobili del mio corpo non sono abituate a simili attenzioni, e, in certi momenti, l’unico vezzo che a volte mi concedo, è la lettura della Gazzetta dello Sport, o al limite della pagina di “Forse non tutti sanno che…” della Settimana Enigmistica.

Ma, se capiterà anche a voi di vivere questa strana esperienza, ricordate che l’avere gli occhi offuscati dalle lacrime per il ridere al momento di uscire dal bagno, non sarà una giustificazione sufficiente per esservi dimenticati di tirare lo sciacquone, che non è automatico nemmeno in Giappone.
Nessuno è perfetto.


Piatti in esposizione

…a proposito di cibo, la mia personalissima opinione di fondo è che il buon turista fai-da-te non dovrebbe mai crucciarsi troppo sull’argomento, ovunque egli sia in procinto di recarsi.

Se tra le nostre aspirazioni di viaggiatori non sono contemplate la ricerca e la conoscenza approfondita e spasmodica della cultura culinaria del paese che stiamo per visitare, che potrebbero richiedere un’attenzione particolare nella scelta del ristorante che serve il muflone di montagna affumicato sulla legna di pino, o la minuziosa ricerca dell’unica locanda che propone la zuppa di squame di pesciolino blu dell’Orinoco, sarete d’accordo con me che con un po’ di spirito di adattamento, che non vuol dire mangiare scarafaggi serviti da un cameriere dalle unghie bordate a lutto, ed altrettanto occhio, che ci eviterà di spendere 200 dollari per un breakfast veloce a mezzogiorno, non sarà un’impresa eroica rinunciare per venti giorni alla pastasciutta con il ragù o al caffè, accostandoci al tempo stesso in maniera seppur solo discreta e disinvolta agli usi ed ai costumi culinari del luogo in cui ci troviamo. Permettetemi di ricordarvi che, in casi di estremo pericolo o urgente necessità, a meno che non vi troviate sul Tibet o nella foresta amazzonica, un buon supermercato e, perché no, un rassicurante Mc. Donald’s, rimarranno porti rassicuranti nei quali affondare l’ancora delle più o meno emergenti necessità nutritive del nostro organismo provato dalle fatiche del girovagare.

Nemmeno a Tokyo quindi incontrerete difficoltà particolari, in nessun senso.
Dal punto di vista economico, a dispetto di certe infondate leggende metropolitane e fastidiosi luoghi comuni, vi accorgerete che mangiare e bere a crepapelle con 20 euro a testa non è un impresa complicata, perché, come d'altronde in tutte le grandi metropoli del mondo, la gamma dei ristoranti, delle locande, o dei semplici fast-foods è praticamente sconfinata.

Purtroppo non posso soffermarmi sulla critica culinaria dei cibi sui quali potrà cadere la vostra scelta, a seconda che si tratti dello spuntino veloce di mezzogiorno, o della corroborante e magari sfiziosa cena serale. Con tutta la mia buona volontà, non ricordo né il nome, né particolari peculiarità di questa o quella pietanza da me sperimentata durante il mio soggiorno nipponico, perché la varietà dei piatti riscontrata si è rivelata davvero gargantuelica. Per quanto scavi nella mia memoria, i miei giudizi “commestibile”, “buono” e “ottimo”, non riescono a trovare la necessaria correlazione al nome del piatto a cui farei riferimento nelle mie reminiscenze visive. Peccato.

Mi piace invece ricordare e approfondire un aspetto del tutto bizzarro di questo argomento.
Se qualche appassionato frequentatore di ristoranti giapponesi che si trovano oramai sparsi un po’ ovunque nelle nostre città pensasse di sapere tutto quanto ci sia da sapere in materia, trovandosi là proverebbe la più cocente delle disillusioni. È tutto diverso, credetemi, e non solo per la sconfinata varietà dei piatti alla quale mi riferivo poche righe fa.

Entrate al buio in un ristorante qualsiasi di Tokyo e fatevi pure portare il menù ancorché sottotitolato in english. Oltre che essere un azzardo economico che potrebbe avere conseguenze catastrofiche sul vostro budget, si rivelerebbe sicuramente altrettanto complicato che tentare di decifrare un testo sanscrito. Oppure finireste per ordinare una Coca in lattina e un insalata.

Consci delle difficoltà di districarsi nei meandri della particolarissima cucina giapponese, molti ristoratori di tutti i livelli, allestiscono all’esterno del proprio locale delle grandi vetrine che presentano magnifiche esposizioni di tutte le portate (numerate e prezzate a una a una) che compongono il menù.
Quanto spreco, direte a questo punto, e che odore, a una certa ora della giornata…
No, amici. I sopracitati piatti sono in plastica. Plastica. L’esatta, precisa, spaccata riproduzione, nelle proporzioni e nell’aspetto, del pescione, dei calamari, della carne, delle verdure, e persino del riso, chicco a chicco, che avrete modo di pappare una volta seduti al tavolo. In alcuni ristoranti potete trovare queste esposizioni direttamente su tavolini a parte, sempre all’esterno del locale, e più di una volta vi potrebbe capitare di cedere alla tentazione di toccare con la punta delle dita per persuadervi che la roba è finta.

Mi sono convinto che questa non è solo una cortesia viene offerta al cliente: nella continua e irresistibile smania tutta giapponese di ottimizzare il tempo, dandoti questa facilitazione, vengono evitate quelle penose scene del cameriere con il notes in mano, in piedi come un baccalà davanti ad una tavolata di gente che non sa da che parte iniziare per ordinare qualcosa di semplicemente commestibile, con il resto del locale che nella rush hour ribolle di clienti.
Così invece, perdete pure tutto il tempo che volete davanti all’esposizione. Scattate pure tutte le fotografie che volete documentando la bizzarria di questa cosa. L’accuratezza delle riproduzioni, l’incredibile ricercatezza dei dettagli e lo spettacolare effetto cromatico di questi eccentrici food-shows artificiali vi cattureranno un bel po’ di tempo. Poi decidete qual è la portata che più vi intriga ricordandovi il numero che la contraddistingue, calcolate i prezzi trasformando lo yen in euro e gli euro in lire (siate sinceri, lo fate ancora!), confrontatevi con le scelte dei vostri compagni di avventura, tornate sui vostri passi per fotografare quel pollo che sembra vero, e finalmente entrate con passo fermo ed aspetto fiero all’interno del ristorante, unendovi ai vostri compagni di avventura già seduti al tavolo.

Una volta accomodati, quando verrà il vostro turno per ordinare, vi accorgerete di esservi dimenticati il numero del piatto da voi scelto; allora vi precipiterete nuovamente davanti all’esposizione, all’esterno. Vi prenderà il panico perché tra le decine di riproduzioni non riuscirete più a individuare la vostra portata. Per evitare che il cameriere se ne stia lì come un baccalà con il notes in mano mentre il resto del locale ribolle di clienti, tornerete al tavolo e, sostenendo con aria disinvolta che oggi intendete star leggeri, ordinerete una Coca e un’insalata. Ah, la Coca, in lattina, e senza ghiaccio nel bicchiere, mi raccomando. Arigato.