Resoconto Kenja
by Elena e Maurizio / 2003
Premetto: il Kenya è stato un ripiego dell'ultimo momento, dato che alle Maldive i resort presi in considerazione non avevano più posti disponibili, oppure non era più possibile trovare il volo.
Dunque, destinazione Kenya, Watamu.
Atterrati a Mombasa il primo impatto è stato con l'elevata temperatura ed un tasso di umidità che fino ad allora non avevamo mai provato, pur trovandoci in piena stagione cosi detta “secca”. Chissà come sarà nel periodo dei grandi scrosci? Karibu (benvenuti)! Inutile soffermarsi sul fatto, che i controlli sono severissimi dopo l'attentato del 2002 al Paradise Hotel di Kikambala, che dista pochi km da Mombasa. Meglio cosi.
Saliti sul nostro bus ci attendevano ca. 2 ore di “strada”, anche se non è la definizione più azzeccata per definire quel tragitto tortuoso, che sarebbe molto più adatto a delle moto da cross, per arrivare alla nostra destinazione. Di “strada” questa aveva ben poco. Infatti l'asfalto, anche questo per come lo intendiamo noi è una parola esagerata, è finito ben presto lasciando spazio ad un “sentiero” polveroso che a tratti divideva casupole e tuguri, a tratti distese aride e sconfinate, per portarci all'improvviso nel bel mezzo di una piantagione di aloe che si estende per ben 25 km, lasciando poi il passo nuovamente a lande di arbusti rinsecchiti e poi ancora palmeti di un verde rigogliosissimo, maestosi baobab che la leggenda vuole fossero stati sradicati e ficcati in terra a testa in giù da un dio che ne aveva le tasche piene del narcisismo di quella pianta. Adansonia digitata per i puristi della botanica e dai quali pendono frutti di dimensioni sbalorditive.
Del resto l'Africa è il luogo dei controsensi, per antonomasia. Ogni tanto si vedevano qua e la dei babbuini saltare oltre il ciglio della strada per poi sparire nel folto della vegetazione, oppure arrampicarsi sopra un palo telegrafico dove si sgranocchiavano frutti, bacche, foglie e fiori che li hanno a portata di zampa in quantità.
Scontato: il paesaggio non viene a noia, muta in continuazione.
Purtroppo il passaggio obbligato per quella lunga e polverosa “pseudo-strada” da modo più che ampio per vedere come vive la gente. Le case non sono fornite nè di acqua corrente nè di elettricità e non è raro vedere davanti all'uscio uomini che si radono tenendo un coccio di specchio in una mano e nell'altra qualcosa che sembra una pietra. Certo non si tratta del famoso “bic”.
Anche i bambini provvedono alla loro toilette a pochi passi dalla porta di casa lavandosi i denti all'aria aperta.Le donne iniziano a rigovernare le proprie case ramazzando lo spazio antistante la porta con scope di saggina, rigorosamente senza manico per trasferire le eventuali impurità poco più in là.I bambini poi si incamminano per raggiungere le varie scuole, con le loro divise ben distinte per istituto, dai vari colori e molti di loro si portano a presso la scopa di saggina per pulire per terra prima di sedersi. Gonne per le ragazze, pantaloni per i ragazzi, rossi con camicia bianca, camicia gialla e pantaloni o gonna blue, arancione e verde. Davvero un arcobaleno ben variegato.Dimenticavo: l'istruzione in Kenya non è obbligatoria e le rette per la scuola sono piuttosto salate. Deve essere un sacrificio notevole quindi mandare a scuola i propri figli ma pare che i kenioti ci tengano in modo particolare. Chiaramente, per contro, si vedono anche molti bambini che si dedicano a tutt'altre attività, per esempio pascolare le capre e questi sono i meno fortunati, manco a dirlo.
Fra paesaggi che cambiano in continuazione, persone che si recano al lavoro a piedi, in bici, su camioncini o altri mezzi di fortuna, ogni volta evitando uno scontro frontale tra i mezzi in circolazione in strada dato, che nessuno è intenzionato a scansare anche solo leggermente il piede dall'acceleratore oppure farsi minimamente più in là, ci si passa, per poco ma ci si passa ogni volta, non so come. Non si toccano nemmeno gli specchietti e si, che la distanza tra il bus e gli altri veicoli spesso pareva che non misurasse più di qualche millimetro.
Bellissimi da vedere lungo il percorso anche i Masai, fieri e con le loro tipiche vesti, i shuka, rossi o color porpora e con l'inseparabile bastone, proprio come li conosciamo dalla TV. Con le loro collane al collo, passo distinto, portamento fiero, non manca davvero nulla.
Ci fu chiesto preventivamente dall'accompagnatore che era venuto a prelevarci all'aeroporto, di non fotografare lungo la strada che da Mombasa ci avrebbe portati verso Malindi e poi a Watamu e devo dire che ho accettato di buon grado l'invito perché mi sarebbe sembrato voler documentare la miseria altrui, sebbene questa sia portata con molta dignità.
Il tragitto non si è mai, nemmeno per un solo istante, rivelato noioso o monotono. Zigzagando tra spunzoni di ferro dei posti di blocco della polizia keniota, dossi alti quasi ½ metro, capre pezzate e vacche impaurite che attraversavano la strada, bancarelle improvvisate in attesa di improbabili acquirenti, venditori di ananas e cocco, nuvole di sabbia e di polvere sollevate da ogni mezzo in transito e che tutti, senza eccezione devono subire, pedoni e ciclisti incalzati a scostarsi dal ciglio della strada a suon di clacson, sempre per il motivo di cui ho già riferito sopra, cioè che nessun autista è disposto a togliere il piede dal pedale del gas e pare che tutti lo abbiano imparato a proprie spese da come balzano rapidamente da parte, l'autista che impreca se si trova, nonostante abbia già avvertito con un deciso e sonoro colpo di clacson qualcuno lungo il suo percorso che non reagisce con sufficiente rapidità al sopraggiungere del veicolo.
Se non fosse per le baraccopoli disseminate lungo tutto il tragitto e l'evidente degrado con cui è costretta a convivere la gente, si potrebbe definire tutto quanto piuttosto pittoresco. Non vorrei però che questo sia inteso come del cinismo gratuito perché non lo è.
Ora passiamo ad altro.
Non terrò minimamente conto dell'argomento “mare”. Pare che gli unici che si rechino in Kenya per il mare siano gli italiani e questo a detta di una persona, un italiano, che vive in Kenya da parecchi anni ormai ed organizza safari per turisti sprovveduti.
Volendo fare le cose per benino, varrebbe la pena organizzare un safari della durata di una settimana, non meno. Sempre che si sia disposti ad alloggiare nei lodge oppure in un camp come nel nostro caso. Le tende fino a quel momento le avevo sempre snobbate e viste solo dal di fuori, per me erano un assoluto tabù, dato che fino a quel momento mi ero sempre rifiutata categoricamente di metterci piede ma spinta un po' dalla curiosità ed un improvviso spirito di avventura mi sono auto-convinta che sarebbe stata la scelta più adeguata per intraprendere questa nuova esperienza.
Levataccia all'alba, partenza dal villaggio alle 5 del mattino dopo una veloce colazione, zainetto con il cambio e l'indispensabile, salta sul fuoristrada con tettuccio apribile e via. No, alt, prima una piccola osservazione: c'è chi si è portato come bagaglio per affrontare il safari il proprio trolly, ebbene si, ma cercherò di soprassedere senza ulteriori commenti. Non erano esattamente quello che io definirei dei buoni compagni di viaggio e non hanno tardato a dimostrarlo ogni qual volta si avvistava un animale durante il safari, dando sfogo a dei versi gutturali piuttosto tonanti e oltremodo fastidiosi come, del resto in innumerevoli altre occasioni. Ci fu chiesto cortesemente prima della partenza di evitare inutili rumori e di conversare a bassa voce, probabilmente c'era chi pensava, che la richiesta era diretta solo agli altri. Va bè.
Let's go, alla volta dello Tsavo East National Park.
Lo Tsavo è il più grande parco del Kenya ed uno dei più grandi al mondo. Si divide in Tsavo Est e Tsavo Ovest coprendo 22.000 km. Due terzi sono rappresentati dallo Tsavo Est. Il parco viene attraversato dal secondo fiume del Kenya, il Galana River.
Da menzionare i famosi leoni mangiatori di uomini dello Tsavo, che nel secolo scorso uccisero ca. un centinaio di uomini che lavoravano alla costruzione della linea ferroviaria e resi famosi dal film “Spiriti nelle tenebre”.
Se prima la strada, impropriamente cosi definita, era un unico altalenare ora, man mano che ci si inoltrava nella savana diventava sempre “meno strada”. Ma qui quantomeno uno se l'aspetta.Con noi, sul fuoristrada, si trovava il responsabile del campo al quale eravamo diretti. Lo chiamerò “ il capo ” e avremo modo più avanti per capire il perché.
Dopo ca. due ore di strada, o meglio di fuoristrada, nuvole di polvere rossa dovuta alla terra della savana che si presenta in un rosso color ruggine per la presenza di argilla, breve sosta per rifocillarci. Poi via di nuovo. Il capo sempre allerta, sempre guardingo e già si intravedevano i primi animali. I primi avvistamenti di gazzelle, antilopi, moltissimi dik-dik quasi invisibili da quanto riescono a mimetizzarsi nel bush e tra le sterpaglie color argento. Ogni volta la jeep si fermava, l'autista ci lasciava il tempo per vedere nel miglior modo possibile gli animali, filmarli, fotografarli, commentarli e poi via di nuovo, alla ricerca di altra fauna.
Non trascorreva molto tempo tra un avvistamento e l'altro, infatti, subito dopo abbiamo potuto osservare due facoceri, o forse sarebbe più corretto dire che loro osservavano noi. Del resto, quasi tutti gli animali appaiono piuttosto abituati alla vista delle macchine ed entro un certo limite di sicurezza, percepibile solo a loro, nemmeno fuggono. Si lasciano osservare seguendo tranquillamente le loro abitudini. C'è da sottolineare a questo proposito, che grazie ad una politica ecologica molto lungimirante nel Kenya la caccia è vietata ormai da 30 anni, il che si ripercuote favorevolmente sulla tranquillità degli animali. Infatti ogni veicolo che entra nel parco deve esserne uscito entro le 18:30h, altrimenti si potrebbero fare delle spiacevoli esperienze con i guardacaccia che li si dice prima sparano e poi ti rivolgono le domande. Se serve a tutelare gli abitanti del parco, per quanto mi riguarda ben venga. Purtroppo, nonostante gli sforzi, in Kenya a tutt'oggi sono rimasti solamente 18 esemplari di rinoceronte ed è stato proprio il “kifaru” il grande assente nel nostro safari. Peccato.
Il giorno precedente era caduta un'abbondante pioggia, e non era dato per scontato riuscire a guadare il fiume con le jeep nel posto abituale. Questo però si è rivelato sgombro da acqua in eccesso e non è stato difficile attraversare il fiume. Ed ecco qua, chi si vede? Ippopotami che cercano refrigerio nell'acqua resa dello stesso color ruggine come la sabbia per la pioggia del giorno prima. Gli immancabili uccellini che si dedicano alla pulizia dei pachidermi mentre questi sbadigliano pigramente e danno cosi la possibilità di ammirare quelle enormi fauci: un metro cubo di bocca.
Ed ecco i primi coccodrilli, che in quella zona pare raggiungano dimensioni piuttosto notevoli. In effetti, ne abbiamo vistato uno che senza esagerazioni da buon “White Hunter” sarà stato lungo almeno 5 metri. Guardando meglio qua e la sui massi che affioravano dal fiume di coccodrilli ce ne erano, e come. La sensazione di vederli ad una distanza tutto sommato abbastanza ravvicinata lasciava posto a qualche brivido ma l'esperienza è stata grandiosa.
Bene, volendo riassumere la fauna avvistata, oltre ad innumerevoli specie di volatili tra i quali aquile ed avvoltoi,
abbiamo visto di tutto: elefanti, giraffe, una numerosissima mandria di bufali, una allegra famiglia di babbuini, dal pronipote al bisnonno penso che ci fossero tutti e tranquillamente attraversando la strada, fermandosi per uno stuzzichino trovato lungo il loro tragitto ci hanno costretto ad una sosta improvvisata ma oltremodo gradita, struzzi, zebre, impala, springbock, gazzelle ed antilopi ed anche i leoni. Come in un documentario naturalistico che si rispetti, con la differenza che lì gli animali li vedi a qualche metro di distanza e non pigramente rannicchiati in poltrona.
Per il pranzo si va al Kudu Camp dove ci aspettava una piacevole sorpresa dopo l'altra.
Aperitivo con stuzzichini seduti al centro del campo, con le sedie pieghevoli intorno ad una piccola fossa che per la pioggia si era riempita d'acqua ma che alla sera serve per accendere il falò che viene attizzato tutta la notte, allo scopo di tenere lontani eventuali visitatori indesiderati. Dalla tenda mensa si aprono a raggiera i vialetti che portano alle tende, orlati di sassi bianchi e buganvillea. Nel mezzo del campo si erge un enorme termitaio. Del resto, tutta la savana è costellata da termitai, vere e proprie opere d'arte. Alcuni sembrano dei monumenti che avvolgono gli alberi, altri assomigliano a dei castelli con i più svariati ammennicoli. Veramente stupefacente.
Le tende, all'ingresso hanno tutte la brocca con l'acqua ed accanto una bacinella rigorosamente in ferro smaltato, come si conviene per il luogo in cui ci si trova. I letti con lenzuola e coperte tirate all'inverosimile, lisce come assi di legno, Comodini con lampade a cherosene, WC chimico, altro lavatoio ed in fine, oltre la tenda, si trova un'ulteriore tenda adibita a doccia. L'acqua è caldissima, viene riscaldata sul fuoco e dopo una giornata in balia della polvere posso affermare che è una sensazione gradevolissima.
Al camp non vengono usati generatori per produrre corrente elettrica, ammirevole, sia per non inquinare sia per evitare rumori sgradevoli. Tutto, anche le batterie delle telecamere, possono essere ricaricate con un sistema alimentato da pannelli solari. Le leccornie, e non esagero, che il cuoco sforna nel mezzo della savana, vengono tutte cucinate con il fuoco, o meglio sulla brace con un sistema a casseruola chiusa che non ha nulla da invidiare al cosiddetto modo tradizionale di cottura in una cucina moderna ed attrezzatissima.
Il camp stesso per tre mesi l'anno viene completamente smantellato oltre che per motivi meteorologici durante la stagione delle piogge anche per dar modo a fauna e flora di riprendere possesso di quell'appezzamento che viene loro sottratto durante i mesi di “occupazione”.
Il capo, da me cosi chiamato per come si rivolge ai suoi uomini, cioè in un tono di cui pensavo fossero capaci solo i “vecchi” cacciatori inglesi di un tempo, ha voluto ricreare nel suo camp uno stile rigorosamente vittoriano e devo ammettere che ci è riuscito alla perfezione.
Dal grammofono in disuso che fa bella mostra di se, ai bicchieri in cristallo per il vino del Sud Africa servito a cena. Il vino italiano purtroppo perde in quel clima ma non ne sentivo la mancanza, è gradevolissimo anche quello “indigeno”. Al “Rigoletto” in sottofondo durante la cena, al servizio a tavola davvero impeccabile da parte del personale alla costante e discreta presenza di due Masai armati dei loro bastoni che avevano il compito di vegliare su di noi. Infatti il capo diceva che non fanno altro che quello di cui si occupano dall'età di 5 anni solo che nel nostro caso invece che badare alla loro mandria di vacche proteggono noi turisti dagli eventuali attacchi di qualche Simba affamato.
Sembrava di essere stati catapultati in un'altra epoca, in quella in cui gli europei si recavano in Africa per la caccia grossa, nell'era dei “White Hunter” che sborsavano fior di quattrini per portarsi a casa gli ambiti trofei, soprattutto però i “Big Five” di cui fanno parte l'elefante, il rinoceronte, il leone, il leopardo ed il bufalo. Ci si sentiva proprio come ai bei, vecchi tempi insomma, assolutamente immedesimati.
Tutto e per tutta la permanenza al camp è stato oltremodo gradevole se non fosse stato per il risveglio un tantino traumatico. Mi spiego: poco prima dell'alza bandiera un addetto del campo passa davanti alle tende per accendere le lampade di cherosene. Tutto ad un tratto sembrava si fosse messo a piovere a scrosci, peccato pensavo. Non c'è voluto molto a capire che quel rumore non era dovuto alla pioggia ma alle ali delle termiti sopraggiunte in gran numero appena era stata accesa la fiamma della lampada. Le loro ali sbattevano contro la stuoia di vimini posta davanti alla tenda ed il rumore che emettevano era davvero fragoroso. Ovvio che per recarmi a colazione ho usato la porta “secondaria”.
Altra levataccia dunque, altro safari, altri animali, altri paesaggi talmente differenti tra loro che non sembrava di avere percorso solamente qualche chilometro da quando si vedevano arbusti rinsecchiti e all'improvviso si era immersi nel più sgargiante e succulento dei verdi che ci si possa immaginare.
Abbiamo percorso oltre 760 km in due giorni, notevole. E' stata a tratti piuttosto dura quando la jeep sembrava essere sospesa nel vuoto attraversando corsi d'acqua in secca oppure lastroni di granito, tratti scoscesi e dirupi in cui pensavo che senza autogrù da lì non ne saremo più usciti.
Un consiglio per chi volesse affrontare un safari. Portarsi assolutamente un foulard oppure una bandana per coprire le vie respiratorie. Nessuno lo dice ma la polvere che s'inghiotte strada facendo è una quantità ragguardevole e possono insorgere problemi ai bronchi.
Per il resto bisogna goderselo. Ogni momento si scopre qualcosa di nuovo, qualcosa di inaspettato, qualcosa che di solito si vede solamente stando spapparazzati in poltrona davanti alla TV. Qui no, qui si sentono i rumori che ti avvolgono da ogni parte, l'aria con i suoi più svariati profumi che emanano le diverse piante strada facendo. Ad un tratto si sente il profumo di sambuco che un istante dopo viene sostituito dall'aroma intenso di rucola selvatica per poi mutare in odorosa melissa. Straordinario davvero considerando che di queste piante, a noi conosciute, non si intravede nemmeno l'ombra. Un fenomeno per tanto da imputare ad altre piante a noi del tutto sconosciute.
Bene, spero di essere riuscita a trasmettere le mie sensazioni in modo non troppo noioso.Mi accorgo solo ora che il tutto risulta una specie di romanzo e che di sostanza obiettiva non ne contiene molta ma mi sembrava giusto descrivere come ho vissuto io quello che comunemente si usa definire “l'Africa Nera”.
Jambo e shikamoo a tutti.
Elena & Maurizio