Gli squali alle Maldive: presto un necrologio
(di Norbert Schmidt; tradotto da Elena Tecini; tratto da Maledives.at)

Il numero degli squali alle Maldive non è incoraggiante, come nel resto del mondo. Chiunque si interessi al problema lo sa. E’ già stato scritto molto a proposito della pesca indiscriminata e ci sono state anche singole azioni. Ma quanto sia seria la situazione realmente, l’ho potuto constatare da poco e questo mi ha spinto a prendere in mano il mio laptop.

Nel gennaio 2006 ho fatto un’immersione in un sito dove non ero mai stato, un sito che da poco faceva parte dell’itinerario delle nostre crociere. Una piccola tila nell’atollo di Ari, poco frequentato, quello che si dice una “dritta”. Non credevo ai miei occhi: a prima vista parevano una dozzina di squali grigi che pattugliavano la zona. Una dozzina? Dopo averli contati risultavano essere tra 25-30 esemplari. Finalmente buone notizie! Ero euforico.
In maggio, stesso itinierario di crociera, buttata l’ancora nei pressi dell’incredibile sharkpoint. Solo che, la mia guida subacquea, sembrava non volesse immergersi in quel punto. Spiegazione vaga – non è più cosi buono, gli squali ora stanno troppo bassi, non gli piacciono i subacquei …
Motivo in più per controllare, dunque immersione al sharkpoint. Stessa corrente, stesse condizioni – nessuno squalo grigio che pattugliava, niente.
Gli squali grigi sono piuttosto stanziali e non abbandonano mai del tutto il loro territorio. Nuovamente a bordo, la grande inquisizione: cosa era accaduto? Lo sapevo già, l’unico dettaglio mancante era: da dove? Da dove arrivavano i pescatori di squali? Era l’isola Dhangeti, atollo di Ari, per cambiare. Presumibilmente è stato uno del mio equipaggio a passare la dritta.

La legge alle Maldive non lascia spazio ad equivoci. Nei “vecchi” atolli turistici, dunque i due atolli di Male, Ari, Felidu, Baa e Lhaviyani, la pesca allo squalo è vietata. Che nel frattempo quasi tutti gli atolli siano diventati atolli turistici ed il divieto dovrebbe essere allargato di conseguenza, non interessa a nessuno.
Se negli atolli turistici i pescatori di squali devono porre ancora una certa attenzione per conservare almeno le apparenze, al di fuori di questi non è cosi. Qui viene predato e saccheggiato impunemente, in una misura che supera ogni immaginazione.
Quindi, gli avvistamenti durante le immersioni non aumentano allontanandosi dagli atolli, come suppongono alcuni; é vero, invece, il contrario, la depredazione nei luoghi più isolati è ancora più diffusa che nelle vicinanze dei centri turistici.

I pescatori di squali sono facilmente riconoscibili. Se superate uno di questi battelli sotto vento, avete nel naso odore di putrefazione. Se vi avvicinate, le pinne sono ben disteste per l’essiccazione. Voi dite alla gente che questo è un atollo chiuso e la risposta dei pescatori è scontata: gli squali non sono di qui ma – gesticolando con le braccia verso il largo- provengono da laggiù, da molto lontano. Oltre le due miglia da ogni atollo, turistico e non, la pesca allo squalo è comunque consentita. Vedete però anche pinne di squalo pinna bianca e sapete perfettamente che questi sicuramente non sono stati pescati in mare aperto. E cosa potete fare? Nulla.

Spesso in passato ho comunicato ai diversi ministeri a Male il numero di registrazione ed altri particolari di alcune imbarcazioni che pescavano squali all’interno dell’atollo di Ari: Ministry of Tourism, Ministry of Fisheries, National Security Service inclusa Coastguard. Ho indagato, ma, arrivato al massimo al President’s Office, perdevo ogni traccia.

Un caso: un giorno davanti all’isola Bathala, scaltri pescatori – già lo sapete di Dhangeti- hanno buttato la loro rete a non più di cento metri da quest'isola. Numero di registrazione del battello, ora esatta, sono persino stati accertati i nomi di alcuni dei pescatori. Ne ho dato comunicazione al Ministry of Tourism, Conoscevo personalmente il ministro di allora, Honourable Mr.Sobir. Si è mostrato indignato ed ha dichiarato di voler punire in modo esemplare i malfattori. Non è successo nulla, non per mesi, non per anni. Fino ad oggi non è accaduto nulla, lo so perché conosco i pescatori di squali (uno è tornato a lavorare con me.)

Il ministro Sobir, non vi dice nulla? In quanto ai lettori di “Tauchen” (rivista per sub tedesca) potete leggere nelle pagine della rivista che il ministro Sobir promette: “Alle Maldive non verranno più catturati squali”.
Faceva rabbia che una rivista potesse pubblicare una dichiarazione tanto sciocca. Mr. Sobir non aveva nè l’interesse nè la competenza per poter cambiare la situazione. Già il suo predecessore non aveva nè l’interesse nè la competenza ed il ministro futuro non l’avrà altrettanto.
Alle Maldive non esiste una consapevolezza ambientale, come del resto in tutta l’Asia. Al massimo si sente qualche sussurro. Le leggi esistono. Paesi occidentali, organizzazioni internazionali e la banca mondiale pongono delle condizioni ai paesi ai quali vengono concessi contributi, anche in ambito di politica ambientale da seguire. Ma quanto viene trasferito dalla carta alla pratica, questo è un altro paio di maniche.

Il problema degli squali alle Maldive è solo una piccola parte di quello che definiamo globalizzazione. Nel caso degli squali il problema si chiama Cina. Si sente dire che chi organizza un matrimonio e tiene alla propria reputazione deve servire zuppa di pinne di squalo. Indubbio il costo e pertanto un fatto di prestigio. Al contrario di una volta, però, oramai molti si possono permettere questo lusso, di conseguenza richiesta e prezzo sono aumentati enormemente, il numero degli squali però si riduce drasticamente.
Lo stesso vale per le oloturie, cernie, tigre siberiana e tanti, tanti altri animali.
Un mercato irrazionale, orientato solo al profitto. Altri paesi, altri costumi. Non è comunque comprensibile, perché si debbano rispettate altre culture e modi di vedere, quando a questi non importa niente del destino della terra e delle sue creature. Non ne hanno diritto.
Nel caso dei nostri squali: quasi la totalità della pesca di squali finisce in Cina, questo significa che l’estinzione degli squali viene allestita quasi esclusivamente per la Cina. L ’india, un paese molto avanti dal punto di vista dello sviluppo, dove, tra l’altro, la pesca alla balena ha raggiunto una fase economica quasi all’apice, si prende la carne quasi priva di valore degli squali incappati nel finning.
E perché i Maldiviani parteciano a tutto questo?

Il seguente computo è molto usato dagli ambiente protezionistici: uno squalo catturato fa guadagnare al pescatore 100 dollari. Un unico turista, che alle Maldive vuole vedere gli squali, fa però guadagnare al paese 1000 dollari. Dunque, calcolato su una unica persona, uno squalo vivo dà un guadagno di dieci volte tanto in confronto ad uno morto e rapidamente il rapporto sale a centinaia di volte tanto, se moltiplicato su un numero maggiore di persone.
Probabilmente si tratta di mille volte tanto: il problema, però, è: a chi vanno i soldi? Vengono intascati dai ricchi proprietari dei resort, spariscono nel fango della burocrazia del Governo, significa che finiscono sui conti privati del presidente e del suo entourage (anche sul conto di ogni ministro del turismo in carica, indipendentemente da chi la ricopra al momento). Il pescatore fuori negli atolli di questo denaro non riceve NULLA, ma sa come vanno le cose.
Le pinne di uno squalo grigio fanno guadagnare ad un pescatore 65 dollari. Il guadagno medio negli atolli si aggira, esclusa la capitale Male, sui 35 dollari mensili, lo stipendio medio di chi lavora nel turismo è intorno ai 200 dollari che rappresentano anche il minimo vitale per una famiglia per poter sopravvivere.
A questo si aggiunge che per un maldiviano medio non è più cosi facile trovare lavoro nell’industria turistica. Si prediligono i lavoratori che costano meno e che arrivano dall’India, Ceylon e Bangladesh.
Con 4 squali al mese, dunque, il pescatore riesce a sbarcare il lunario con la propria famiglia.Con 20, ed è ragionevole pensare che ci riesca, avanza perfino qualcosa per il gasolio del battello.

Altre domande?

Per il Governo il discorso economico non sarebbe di interesse. A chi servono squali considerando gli introiti? I sub alle Maldive, dall’ultimo rilevamento, risultavano essere, alcuni anni fa, circa il 12%; ora sicuramente la loro percentuale è scesa. La gran parte dei soldi arrivano dai resort che praticano prezzi elevati con oasi per il wellness ed una scuola di subacquea che si tiene a galla.
Nell’ambito di un colloquio per un progetto di marketing, l’anno scorso, il responsabile del Tourism Promotion Board mi ha confidato che i sub non sono di grande interesse, la categoria che gode di maggior attenzione è quella degli Honeymooners, dei viaggi di nozze.Ed il Honeymooner non ha bisogno di nessuno squalo, quanto meno non in acqua.

Non mancano i tentativi di porre fine al massacro degli squali alle Maldive.
PADI ha creato l’AWARE programm. Tommy Sobotta ha di certo fatto un buon lavoro e, come ai lettori di “Tauchen”, gli è stato assicurata la protezione degli squali. Ma cosa ne è stato? Niente, solo promesse.
Cosa ne ha fatto PADI? In sostanza solo un evento di marketing. I sub già di loro sono „aware“, dunque consapevoli e diventano l’occasione buona per ulteriori corsi aggiuntivi. (“Shark Speciality“, identificazione ed abitudini di vita di squali che non esistono più – provate ad immaginare … ).

Lo “Shark-Projekt” ha portato al „Tourism Promotion Board“ delle Maldive migliaia di liste per petizioni che avrebbero dovuto finire in mezzo alla gente. I moduli non sono stati distribuiti. Come si può pensare che un ente, con ragazze carine per fiere e responsabili per il bel tempo, possano occuparsi di un argomento cosi seccante? In compenso il Promotion Board ha organizzato un'immersione Nonstop di 24 ore a Maya Tila con un tentativo di record con 1000 sub nello stesso reef. (Ai diving va un enorme complimento, dato che soltanto 9 hanno aderito a questa stupidaggine ed in base a questo è difficile immaginare che sia stato raggiunto il numero di 1000 sub come divulgato da radio e TV Maldives, per festeggiare l’evento).

Il singolo pescatore ha quindi motivi per andare a pesca di squali e dal Governo la protezione degli squali non è considerato un argomento su cui investire energie.

Cosa fare?
Dagli ambienti politici non ci si può aspettare niente. Non è da prendere in considerazione che la nostra “Bundeskanzlerin” nell’ambito della sua visita di stato in Cina, abbia parlato di tigri e squali, non in un paese che è il più grande mercato della terra del futuro.
Anche il presidente maldiviano non verrebbe seccato da nessun capo di stato con dettagli simili, qualcosa forse a proposito sui diritti umani, ma solo entro certi limiti, fino a quando ci si schiera come bravo sostenitore della guerra americana contro il terrorismo.
Argomenti per aggirare il problema economico pro-pinne non verrebbero ascoltato da nessuno.

Regimi come quello delle Maldive, che ostentano la bellezza del loro habitat, sono tuttavia molto attenti alla loro reputazione e si nutrono dei complimenti che vengono da fuori, per equilibrare i loro misfatti interni. Rumore potrebbe nuocere. La migliore occasione per rappresentare se stessi sono le mostre nell’ambito turistico.
Cerchiamo di immaginare se, durante la ITB di Berlino, la mostra britannica per il turismo oppure il BIT di Milano o l'Eudi show a Genova, venissero innalzati striscioni davanti allo stand maldiviano, esposte foto ed ora SI, in questa circostanza, distribuiti moduli per la raccolta di firme.
Sicuramente, già nell’ambito dellla mostra stessa, il governo proclamerebbe il divieto di pesca degli squali.
Di certo una comunicazione cosi, non sarebbe soddisfacente, troppo è stato promesso e mai mantenuto. Anche se ci fosse una regolamentazione, questa avrebbe senso solo se esistesse il controllo sulla sua applicazione. Questo però in un paese cosi non è realistico anche perchè la conformazione geografica creerebbe dei problemi.
L’unico modo per porre fine al massacro sarebbe un divieto di esportazione. Tutte le scuse verrebbero a cadere ed il controllo sarebbe di facilità estrema in un paese centralizzato come lo sono le Maldive.
Un’altra possibilità non esiste.

L’unica campagna di protezione di una specie che ha portato dei risultati alle Maldive è stata quella delle tartarughe. Forse i vecchi visitatori delle Maldive si ricordano i negozi pieni zeppi di carapace, che, dopo le cartoline illustrate di Michael Friedel, erano l’articolo acquistato più frequentemente. La pagina è stata girata da un giorno all’altro, quando il governo aveva emesso un divieto di esportazione.

Si trattava però del governo precedente.