Il Paradiso dei coralli non può più attendere
di Alfredo Zappavigna

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Negli ultimi decenni è stato distrutto il 20% delle barriere coralline della Terra. Un altro 50% è malato o sfiora il collasso.
“E’ probabile che le barriere subiranno una crisi ecologica significativa nel prossimo mezzo secolo e la colpa sarà nostra” afferma lo specialista di coralli Camillo Mora della Dalhouise University di Halifax, in Canada.
Il declino di queste strutture viventi, le più importanti del pianeta, può avere conseguenze notevoli. A livello globale le barriere coralline fruttano circa 30 miliardi di dollari all’anno se si tiene conto dei proventi della pesca, del turismo e di come proteggono le coste dalle tempeste. Anche se coprono solo una minuscola frazione del fondo marino, pari allo 0,1%, sono superate in biodiversità solo dalle foreste pluviali. Offrono rifugio e nutrimento fino a 9 milioni di specie, un terzo di tutte le forme viventi del mare, compresi 4000 tipi di pesci.
“La previsione che le barriere coralline cambieranno drammaticamente in tutto il mondo nel giro di una sola generazione dovrebbe toglierci il sonno” commenta Ove Hoegh-Guldberg, che dirige il centro per gli sudi marini dell’Università del Queensland a St. Lucia in Australia.

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Questo scenario a tinte fosche, fortunatamente, è rischiarato da qualche raggio di luce. Alcune strutture coralline affette da scolorimento mostrano spettacolari segni di ripresa, mentre in ampie aree gli sforzi per limitare le attività umane hanno avuto successo sia in termini di salute dei coralli che di pescosità. Nel corso dell’ultimo decennio sono state costruite centinaia di aree protette proprio per salvaguardare le barriere.
Eppure questi progressi potrebbero essere cancellati da quello che si prospetta come il pericolo più minaccioso di tutti. Man mano che l’oceano assorbe quantità crescenti di anidride carbonica che immettiamo in atmosfera, la chimica marina cambia. Le emissioni di CO2 “hanno il potenziale di creare delle condizioni chimiche nell’oceano che non si sono mai verificate da quando si sono estinti i dinosauri” afferma l’ecologo Kenneth Caldeira della Carnegie Institution of Washington a Palo Alto in California. L’anidride carbonica, disciolta nell’acqua, diviene acido carbonico e proprio Caldeira ha coniato un termine per questo processo in un articolo scientifico pubblicato nel 2003: “acidificazione oceanica”. A metà di questo secolo il pH potrebbe scendere così in basso da impedire ai coralli di formare i loro scheletri di carbonato di calcio.
“L’acidificazione è il vero problema” conferma Terence Hughes, direttore del Centro degli Studi sulle Barriere Coralline dell’Australian research Council, nell’Università James Cook a Townsville.
“Alla fine vedremo le barriere dominate dagli anemoni di mare e dalle alghe” prevede Hughes. Nello scenario peggiore, la maggior parte dei coralli saranno spacciati.
Mentre i coralli scivolano verso un destino di fragilità cronica, iniziamo ad avere un quadro di cosa ciò potrebbe significare per il mondo. Gli specialisti nel campo hanno dato un’occhiata alle barriere critiche tra i quasi 300000 km2 mappati fino ad ora..
Le barriere sono vulnerabili su molti fronti: brutale ad esempio è stato lo tsunami che ha colpito l’Indonesia nel 2004 ed altrettanto lo è stato il terremoto del 2005. Ma i coralli sono vulnerabili anche a parassiti e predatori.

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La stella marina “corona di spine”, per esempio, è un invasore ricorrente capace di distruggere colonie intere di coralli ripulendole dai loro polipi. Le alghe filamentose pongono sotto assedio costantemente i coralli, solo alcuni gruppi di pesci (tipo i pesci chirurgo) ne contengono, cibandosene, lo sviluppo. Un eccesso di pesca può spostare l’equilibrio, così come possono farlo le acque di scolo e gli scarichi agricoli che immettono nell’acqua di mare nutrienti pronti all’uso per le alghe. Questi abusi, oltre allo sviluppo delle zone costiere, stanno avendo conseguenze abnormi e negative sullo barriere coralline del mondo. L’ultimo pericolo, forse il più grande. È lo scolorimento. Quando le temperature di superficie del mare superano il valore estivo normale di 1 grado centigrado o più per qualche settimana di seguito, i polipi dei coralli espellono le loro zooxantelle (le alghe simbionti che danno loro colore e nutrienti). Se non si ristabilisce un rapporto di simbiosi con le zooxantelle nel giro di un mese i polipi muoiono. I pericoli dello sbiancamento sono venuti alla ribalta nel 1998 quando il clima ha assestato due colpi in sequenza: dapprima un forte riscaldamento dovuto a El Nino nelle acque del Pacifico centrale a livello dei tropici, seguito da La Nina che ha alzato la temperatura delle regioni pacifiche occidentali uccidendo il 16% dei coralli viventi in tutto il mondo. Alcune barriere si sono riprese ma almeno la metà di quelle distrutte nel 1998 sono rimaste in cattivo stato secondo le ricerche effettuate e pubblicate sull’autorevole Status of Coral Reefs of the World 2004, compilato dal Global Coral Reef Monitoring Network.
Il catastrofico scolorimento del 1998, insieme ai successivi episodi regionali, mette in evidenza la vulnerabilità delle barriere nei confronti del riscaldamento globale. I coralli ramificati a corna di cervo sono più sensibili e potrebbero scomparire; altre specie appaiono più resistenti ai fenomenti di scolorimento ma, come dice Hoegh-Guldberg, è difficile considerare una vittoria il fatto che si vada nella direzione di comunità più resistenti costituite da poche specie di coralli. Anche i coralli più resistenti potrebbero soccombere in un mondo più caldo di quello attuale; man mano che i cambiamenti climatici accellerano, perderemo un numero crescente di specie di coralli, rendendo gli ecosistemi meno resilienti nei confronti di altre pressioni.
Nel tentativo di aiutare la sopravvivenza dei coralli, molti governi hanno creato aree marine protette ma in tutti i casi meno del 3% delle barriere del pianeta si trovano in riserve integrali e molte barriere sono sfruttate per la pesca. Le aree marine protette e gli interventi per bloccare le acque di scolo e gli scarichi non possono prevenire lo scolorimento ma la resilienza, cioè la capacità di una barriera di riprendersi da eventi di sbiancamento ricorrenti, può essere potenziata. Nel 2002 oltre il 50% della la Grande Barriera Australiana, che si estende per 40000 km2, ha perso colore. Due anni dopo l’Australia ha creato le zone a protezione integrale più grandi del mondo e studi recenti, pubblicati sul Current Biology del febbraio di questo anno, ha evidenziato come i polipi si sono ristabiliti tre volte più velocemente nelle zone protette. Ma secondo i ricercatori questa strategia può funzionare solo per un breve periodo e il mondo dovrebbe muoversi rapidamente per frenare le emissioni di gas serra, altrimenti tutto sarà inutile.

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Finchè non ha iniziato a manifestarsi lo sbiancamento, molti esperti vedevano l'innalzamento dei livelli del mare come il pericolo numero uno del riscaldamento globale per i coralli e non lo giudicavano poi tanto grave. Si pensava semplicemente che le barriere avrebbero risposto crescendo in altezza. Nessuno parlava del fatto che la chimica del mare sarebbe cambiata. Poi, col passare del tempo, i ricercatori si sono resi conto che l'acidità crescentenmmetterà in difficoltànla fisiologia dei coralli. La minaccia è drammaticamente semplice.
Attualmente il pH oceanico si aggira intorno a 8,1. L'anidride carbonica assorbita nella colonna d'acqua abbassa questo valore e, man mano che il pH scende, diminuisce anche il numero di ioni carbonato disponibili per le creature costruttrici di gusci calcarei. Anche nelle condizioni in cui ci troviamo oggi i coralli si trovano a combattere una battaglia difficile: l'erosione rimuove l'80% del carbonato di calcio depositato. L'acidificazione è destinata ad accelerare questo processo perchè i livelli crescenti di acido carbonico consumano il carbonato e,alla fine, i coralli, il plancton e altri organismi non riusciranno più a formare i loro scheletri. Ma gli scheletri rappresentano per le barriere ciò che le travi sono per i grattacieli.
Gli scenari elaborati dall'IPCC per le emissioni globali e la circolazione oceanica indicano che, intorno alla metà di questo secolo, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera potrebbe superare le 500 parti per milione fino ad oltrepassare le 800 parti per milione per la fine del secolo. Quest'ultimo valore abbasserebbe il pH oceanico di circa 0,4 unità, dimezzando la concentrazione di ioni carbonato. Il pH oceanico raggiungerebbe il valore più basso mai registrato da oltre 20 milioni di anni.
Alcune specie di coralli, alle prese con questo test di resistenza all'acidità, potrebbero cambiare forma. Alcune recenti ricerche hanno testimoniato che i coralli possono sopravvivere in condizioni acide in una forma simile agli anemoni. Tuttavia, secondo Caldeira, con un pH intorno a 7,9 ci sono buone probabilità che le barriere vadano perdute.
Come faranno le barriere ad affrontare l'acidificazione?
Nessuno mette in dubbio il fatto che sia necessario agire tempestivamente sulle emissioni di gas serra. “Potremo avere delle barriere coralline acora fra 50 anni” dice Hughes, “ma non saranno come quelle di oggi. Saranno dominate da un insieme diverso di specie e il cambiamento è già in atto”.
Probabilmente, come al solito, le azioni intraprese per frenare le emissioni saranno troppo modeste e tardive e il mondo dovrà prepararsi a perdere le barriere coralline. Nell'Asia sudorientale questo comporterà che milioni di persone vedranno persa la fonte principale del loro sostentamento. Le costruzioni sulle coste, nelle zone tropicali, dovranno essere rafforzate per reggere l'urto di onde più alte.
Ma ci sarà anche una perdita intangibile, estetica. Senza la loro affascinante bellezza assoluta il mondo sarà un posto peggiore.

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